Il contributo genetico della felicità e’  largamente sovrastimato. L’epigenetica e il microbiota lo dimostrano

Lo studio della felicità ha finora supposto che circa il 50% fosse dovuto a fattori genetici ma sia l’epigenetica che lo studio del microbiota convergono nel ridimensionare significativamente il ruolo della componente genetica evidenziando la grande sopravvalutazione fino ad adesso attribuita ai geni.

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La felicità è stata, come molti altri elementi psicologici, oggetto di studio anche nelle sue supposte componenti genetiche utilizzando soprattutto metodologie focalizzate sulla comparazione tra soggetti gemellari omozigoti ed eterozigoti ed assumendo che la componente invariante attribuita degli indici di felicità dei soggetti analizzati fosse correlata alle invarianti genetiche umane esistenti all’interno delle due tipologie di gruppi.

Recentemente sia l’affermarsi sempre crescente del paradigma epigenetico che studia il ruolo dei fattori extra genetici nell’influenzare la fitness dell’organismo anche negli studi gemellari, sia l’emergere della scienza del microbiota, ossia il complesso ecosistema formato da batteri, virus e funghi che vivono nel nostro organismo e che non condividono il nostro DNA, testimoniano l’esistenza di fattori che influenzano grandemente anche la nostra felicità e che sono stati largamente sottostimati a livello concettuale e metodologico nello studio di questo fattore.

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La felicità ed il benessere soggettivo sono fattori oggetto di indagine scientifica da decenni dove l’obiettivo consiste nella comprensione di come l’individuo valuta la propria vita globalmente, nel suo stato presente, passato e futuro anche per periodi prolungati. Tale valutazione include il modo in cui l’individuo reagisce emotivamente agli eventi, il suo umore, come giudica il livello di soddisfazione della propria vita, della propria realizzazione, e degli ambiti principali quali le relazioni o il lavoro (Diener et al., 2009; Diener, E. & Seligman, 2002; Seligman & Csikszetmihalyi, 2000).

Piuttosto recentemente la felicità ed il benessere soggettivo sono state considerate sia nelle loro componenti esperienziali edoniche (cioè attinenti la loro natura squisitamente legata al piacere) che eudaimoniche (esperienze più complesse non riducibili esclusivamente alla dimensione edonistica).

Questi particolari stati psicologici generano signicato in ciò che facciamo, sono cioè elementi che a posteriori consideriamo molto signicative e che aumentano il benessere e la qualità di vita personale (Seligman e Csikszentmihalyi 2000; Ryan e Deci, 2001; Delle Fave, Massimini e Bassi, 2011).

In generale, due sono le principali strategie di ricerca che esplorano le influenze genetiche e ambientali sulla felicità ed il benessere: l’analisi genetica molecolare e la genetica quantitativa.

La genetica molecolare cerca di tracciare i percorsi causali da specifiche varianti qualitative del DNA correlandole con la misurazione della felicità, soddisfazione o benessere soggettivo.

Un esempio di questo tipo di analisi, che in generale finora ha portato a risultati piuttosto contradditori, è lo studio che ha evidenziato che la presenza di un particolare allele del gene 5-HTTLPR, che funge da vettore per la serotonina, è correlata ad alti livelli di soddisfazione di vita (De Neve, 2011).

L’analisi genetica quantitativa stima invece, attraverso l’analisi di frequenze statistiche, l'entità delle influenze genetiche e ambientali complessive senza specificare particolari sequenze di DNA.

Questo tipo di analisi applicata al fattore felicità rappresenta la quasi totalità degli studi esistenti e si basa sulla comparazione di categorie gemellari omozigoti e dizigoti in relazione all’ambiente che queste due categorie possono o meno condividere.

Nella ricerca scientifica della felicità e del benessere soggettivo si è cercato di individuare il contributo delle componenti genetiche di tale costrutto all’interno del paradigma generalmente accettato relativo la natura dicotomica natura/ambiente che ha caratterizzato quasi tutto il Novecento e dell’altrettanto diffusa concezione gene-centrica che implica l’assunto legato all’importanza dominante dei geni nello spiegare anche i comportamenti complessi umani.

In questo contesto vi sono stati diversi tentativi che sottendono gli stessi assunti di fondo, ossia che le interazioni biologiche possono essere suddivise in maniera dicotomica in genetiche ed extragenetiche (quindi in maniera superficialmente sovrapponibile all’altra dicotomia natura/ambiente), e dove la fitness biologica umana è determinata soprattutto dalla qualità della componente genetica delle sue cellule che quindi condividono il medesimo DNA umano.

Come già accennato gli assunti appena descritti sono stati declinati a livello metodologico soprattutto in studi che hanno avuto come obiettivo la stima della componente genetica della felicità analizzando i tassi di variazione differenziale tra fondamentalmente due categorie di soggetti: i gemelli omozigoti ed i gemelli eterozigoti in due contesti distinti (ambiente familiare condiviso o non condiviso).

I gemelli identici, detti anche omozigoti, condividono naturalmente lo stesso genoma perché derivano dal medesimo zigote (l’unione della cellula uovo della madre con lo spermatozoo del padre) a differenza dei gemelli eterozigoti, che derivano invece da diverse cellule uovo fecondate da spermatozoi differenti e che quindi condividono statisticamente solo il 50% dei geni.

Fondamentalmente, la metodologia in oggetto si basa sull’assunto che la variabilità differenziale tra i due gruppi di gemelli relativamente il tratto fenotipico della felicità

sia attribuibile alla componente extra genetica in forza all’esposizione di esperienze post nascita che hanno prodotto tale variabilità.

Questa metodologia quantifica quindi la componente genetica considerandola attraverso una logica di sottrazione da quella extra genetica. In questo paradigma la variabilità rilavata, se non è extra genetica, deve essere per forza genetica (si veda in proposito ad esempio Goldsmith, 1983; Nichols, 1978).

Questa logica è stata utilizzata anche comparando gruppi di gemelli omozigoti ed eterozigoti nei contesti in cui le persone analizzate hanno vissuto all’interno dello stesso ambiente familiare o in ambienti differenti in cui le esperienze ambientali soggettive avrebbero avuto come riflesso un ulteriore porzione di variabilità (si veda ad esempio Tellegen et al., 1988).

Globalmente, negli anni, questi studi hanno quantificato che il ruolo della cosiddetta componente genetica della felicità fosse dell’ordine tra il quaranta ed il cinquanta per cento della variabilità esistente (Nes, R.B., & Røysamb, 2017; Bartels et al., 2010).

Queste ricerche hanno avuto un grande successo mediatico, sia a livello accademico che divulgativo, perché offrono a livello comunicativo la seducente informazione relativa quanto della felicità vi è di determinato dai nostri geni e quanto invece risulta essere influenzabile dalla nostra capacità di controllo (si veda ad esempio Lyubomirsky, 2007).

Questa visione sia concettuale che metodologica piuttosto consolidata, soprattutto all’interno della comunità degli psicologi, è stata largamente ridimensionata da due recenti elementi che ritengo particolarmente importanti per le conseguenze che implicano anche nello studio scientifico della felicità: l’epigenetica e il microbiota.

Vediamo adesso il primo elemento, l’epigenetica.

Il paradigma epigenetico, a differenza di quello gene-centrico dominante per quasi un secolo, sostiene che lo sviluppo morfologico e comportamentale di un organismo è sempre dovuto all’interazione della memoria genetica con la memoria informazionale extra-genetica che è contemporaneamente non-self dal punto di vista del DNA e self se consideriamo la prospettiva dell’organismo stesso (Agnoletti, 2020a).

L’epigenetica prevede quindi un superamento della tradizionale dicotomia self-ambiente precedentemente affermata dal paradigma gene centrico, per la capacità dell’organismo di selezionare anche in modo reversibile (quindi potenzialmente transitorio) l’informazione genetica che viene espressa e quella che invece viene silenziata e quindi non espressa dal punto di vista fenotipico con le notevoli ricadute sulla fitness dell’organismo (Agnoletti, 2020a).

Una delle implicazioni più importanti derivanti dal paradigma epigenetico è quindi che l’organismo umano dal momento in cui è zigote (cioè dalla singola cellula originaria che si differenzierà in trilioni di cellule derivanti da essa condividendone lo stesso DNA) possiede già una propria memoria epigenetica che si modifica in base alle esperienze vissute dal percorso di sviluppo ontogenetico in atto includendo naturalmente con questo anche il periodo di gestazione.

Di conseguenza, nella specie umana, l’organismo al momento del parto possiede già, oltre ad una memoria genetica codificata dal DNA, anche una memoria epigenetica codificata in tutti quei meccanismi che regolano l’espressione dei geni e che viene ereditata almeno in parte dai genitori.

Recenti ricerche (si veda in proposito Bell & Spector, 2011; Fraga et al., 2005; Tan, Christiansen, von Bornemann Hjelmborg & Christensen, 2015; Kaminsky et al., 2009; Van Baak et al., 2018; Wong, Gottesman & Petronis, 2005; Yet et al., 2016), coerentemente con quanto affermato dal paradigma epigenetico, hanno verificato che i gemelli omozigoti, o identici, condividono non solo lo stesso genoma, ma anche l’insieme dei meccanismi molecolari che regolano l’espressione dei geni proprio perché la loro duplicazione avviene dalla medesima cellula iniziale che già contiene una sua specifica memoria epigenetica.

È stato dimostrato che questa condivisione informazionale extra-genetica ha origine nelle prime fasi dello sviluppo embrionale ed è così importante da poter predire lo sviluppo di alcune malattie anche oncologiche.

Ciò che è comune sul piano informazionale a due gemelli omozigoti non è quindi unicamente riconducibile al contenuto di DNA ma anche alle dinamiche epigenetiche, pertanto, nella metodologia comparativa tra gemelli omozigoti ed eterozigoti che indaga il rapporto del contributo genetico rispetto quello non genetico, la differenza di variazione tra i due gruppi non è riconducibile esclusivamente al contenuto informazionale del DNA.

Durante la fase di sviluppo ontogenetico (che include naturalmente anche la fase fetale) non ci sono solo in atto le variazioni esistenti tra le memorie genetiche ma anche quelle derivanti dalle memorie epigenetiche che nei gemelli omozigoti sono molto alte, per questo motivo le componenti informazionali condivise nei gemelli omozigoti sono state chiamate dagli esperti “supersimili”.

Assumendo quindi come esclusivamente “genetica” la parte costante dell’invarianza tra i due gruppi di gemelli ne deriva un errore metodologico dovuto al fatto che suddetta invarianza è in realtà il risultato della somma della memoria del DNA e della memoria epigenetica “supersimile” (nel caso dei gemelli omozigoti).

Tutte le ricerche che hanno condiviso questa errata metodologia per studiare specifici tratti fenotipici (morfologici, psicologici o comportamentali) hanno quindi finora grandemente sottostimato le componenti extra genetiche sovrastimando quelle genetiche.

Da quanto appena esposto possiamo affermare quindi che non tutta l’informazione ereditabile di un organismo è sovrapponibile con il contenuto informazionale del DNA.

Vediamo adesso invece il secondo fattore che a mio avviso mina alla base la validità della metodologia finora utilizzata per valutare il contributo genetico della felicità: il microbiota.

Lo studio del microbiota ha rivoluzionato molte conoscenze pregresse delle scienze biomediche e psicologiche perché evidenzia il ruolo fondamentale di questo altamente complesso ecosistema di batteri, funghi e virus all’interno di quella che generalmente consideriamo la “nostra” fitness.

Dalla produzione di neurotrasmettitori quali la serotonina, la dopamina, la noradrenalina, il GABA (e molti altri) alla funzione di elaborazione degli alimenti che ingeriamo, al ruolo fondamentale di apprendimento del nostro sistema immunitario, il microbiota si è già dimostrato essere un protagonista finora grandemente sottovalutato nell’eziologia di molte problematiche di natura sia organica (si veda ad esempio la celiachia, l’obesità o la colite ulcerosa) che psicologica (per esempio l’ansia, la depressione e molte psicopatologie quali l’autismo, la schizofrenia, etc.) (Caio et al., 2019; Carloni et al., 2021; Cheunget al., 2019; Foster & Mc Vey Neufeld; Sharon et al., 2019; 2013; Garrett et al. 2007; Li & Zhou, 2016; Mangiola et al., 2016; Rescigno, 2021; Rodrigues-Amorim et al., 2018; Simpson et al., 2021).

Giusto a titolo d’esempio ricordiamo che più del 90% della serotonina, neurotrasmettitore molto legato agli stati positivi correlati alla felicità, viene prodotta a livello intestinale da batteri specifici quindi l’influenza di questo ed altri fattori prodotti o modulati dal microbiota influenzano in maniera importante anche gli stati mentali che partecipano e determinano il nostro livello di felicità.

La massa totale del microbiota all’interno dell’organismo umano è di circa un kilogrammo e, malgrado sia presente in tutte le superfici del nostro corpo interne ed esterne a contatto con l’ambiente (pelle, bocca, stomaco, intestino, polmoni, ecc.), è maggiormente concentrata nel tratto dell’intestino tenue e del colon.

Se il peso totale del microbiota equivale circa a quello del nostro fegato, i microrganismi che lo compongono sono estremamente eterogenei (batteri, virus e funghi) tanto che il numero globale delle loro cellule è stimato essere almeno dieci volte superiore a quello delle “nostre” cellule (delle cellule cioè che condividono il DNA umano) con un patrimonio genetico stimato essere almeno mille volte più grande di quello del “nostro” stesso DNA.

L’influenza dell’interazione microbiota nell’organismo umano è massiccia ed in parte ancora da identificare ma sappiamo già che coinvolge aspetti psicofisici e non solo di natura fisico-chimica (Cheung et al., 2019; Foster & McVey Neufeld, 2013; González-Arancibia et al., 2019; Carloni et al., 2021; Simpson et al., 2021).

Le evidenze scientifiche riportate negli ultimi anni dimostrano che, per esempio, trapiantando artificialmente il microbiota di un ratto sperimentalmente stressato negativamente al punto di renderlo ansioso o depresso, all’interno dell’intestino di un topolino che non esibiva questi comportamenti/stati, ha indotto velocemente (in pochi giorni) in quest’ultimo comportamenti ansiosi o depressivi simili al donatore (Kelly et al., 2016; Winter et al., 2018).

Da quanto appena esposto possiamo dunque affermare che per tratti fenotipici molto complessi come la felicità le influenze del multiforme ecosistema rappresentato dal microbiota, che quindi non condivide il DNA umano, sono molteplici, rilevanti e dipendenti dall’ambiente bio-psico-sociale vissuto dai soggetti (le abitudini alimentari, motorie, la tipologia di parto, lo stress psicosociale vissuto, etc).

In estrema sintesi, sia il paradigma epigenetico che afferma che non tutta l’informazione ereditabile di un organismo è sovrapponibile con il contenuto informazionale del DNA, sia la scienza del microbiota che afferma che il complesso ecosistema di microorganismi di DNA non umano influenzano grandemente tratti fenotipici mentali, convergono nel minare la metodologia che ha condotto a stimare il contributo genetico della felicità (Agnoletti, 2021).

Da questi due assunti possiamo dedurne che la tradizionale comparazione gemellare utilizzata generalmente per stimare statisticamente il ruolo genetico della felicità è scorretta dal punto di vista concettuale e quindi anche dal punto di vista metodologico.

La conseguenza di questa errata metodologia ha condotto ad una diffusa comunicazione che ha grandemente sopravvalutato il ruolo dei geni nel determinare la felicità umana sottovalutando di conseguenza il ruolo dei fattori che invece sono potenzialmente modificabili attraverso i processi decisionali e della volontà personale.

La correttezza quindi di molte affermazioni conseguenti la metodologia menzionata sopra finora largamente utilizzata per stimare il contributo genetico di tratti fenotipici altamente complessi come la nostra felicità sono profondamente da rivedere alla luce del paradigma epigenetico e di quello del microbiota.

Considerando le importanti conseguenze nelle persone, della finora largamente sottostimata percezione del controllo della gestione globale della propria vita, è auspicabile integrare quanto prima le nuove conoscenze scientifiche appena menzionate promuovendo una più corretta comunicazione.

Questo scritto e' stato tratto dall'articolo orginale pubblicato dalla rivista Medicalive:

https://www.medicalive.it/il-contributo-genetico-della-felicita-agnoletti/

 

Bibliografia

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