LIMITI EPISTEMOLOGICI DELLA PSICOLOGIA PSICOSOMATICA

Abstract

La psicologia psicosomatica ha storicamente contribuito a superare il riduzionismo biomedico, enfatizzando il ruolo dei fattori psicologici e relazionali nella malattia somatica. Tuttavia, se esaminata attraverso una rigorosa lente epistemologica, questa tradizione rivela una persistente vulnerabilità strutturale: la sistematica proposta di arbitrarie interpretazioni simboliche non supportate de evidenze empiriche. Tale situazione rappresenta sia una debolezza epistemologica che un potenziale rischio iatrogeno se applicato nel contesto clinico.
Il presente articolo sostiene che, quando le possibili ed arbitrarie interpretazioni non passano il vaglio delle evidenze empirica valida, i modelli psicosomatici possono velocemente scivolare dalla spiegazione scientifica verso una chiusura ermeneutica. Richiamandosi ai principi dell’epistemologia scientifica, del bias di conferma e della falsificabilità, questa analisi esamina criticamente come la validazione selettiva di narrazioni cliniche confermative comprometta la robustezza esplicativa.
Viene proposto un quadro concettuale più coerente dal punto di vista epistemologico, in linea con gli sviluppi attuali della psiconeuroimmunologia, della biologia dei sistemi e della ricerca sul microbiota. Questa prospettiva non nega la connessione tra gli aspetti psicologici e quelli fisiologici e cellulari ma propone di posizionare le ipotesi all’interno di un contesto testabile al fine di ridurre le interpretazioni indebite. Solo all’interno di questo contesto epistemologico, la psicologia psicosomatica può essere legittimata scientificamente ed affermare la propria utilità clinica.
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La psicologia psicosomatica è emersa come un importante movimento culturale per contrastare il riduzionismo biomedico, che negava il fondamentale ruolo dei fattori psicologici e relazionali nell’eziologia delle malattie somatiche. In questo specifico contesto storico, le interpretazioni simboliche dei sintomi hanno svolto un ruolo centrale, in particolare nei modelli di orientamento psicoanalitico e psicodinamico (Alexander, 1950). Sebbene questa tradizione abbia valorizzato e promosso una maggiore sensibilità verso il ruolo della psicologia anche all’interno dei contesti medici, ha anche introdotto una persistente vulnerabilità epistemologica che rimane inadeguatamente affrontata nel dibattito contemporaneo.


Una questione centrale riguarda il bias di conferma delle evidenze empiriche. I modelli psicosomatici classici tendono a sopravvalutare i casi in cui viene confermata un’interpretazione psicologica tra un sintomo e un presunto contenuto simbolico, mentre i casi in cui tale connessione non trova conferma vengono sottostimati se non marginalizzati o negati. Dal punto di vista epistemologico, l’assenza di una relazione attesa costituisce evidenza negativa e dovrebbe avere pari peso teorico rispetto l’ipotesi formulata (Popper, 1959). Quando i risultati che non confermano l’ipotesi vengono sistematicamente svalutati o negati, i modelli teorici rischiano di essere deboli dal punto di vista scientifico.

Il bias di conferma rappresenta un fenomeno ampiamente documentato che descrive la tendenza cognitiva umana nel cercare, selezionare e privilegiare informazioni che confermano credenze preesistenti, ignorando dati disconfermanti (Nickerson, 1998).

 Nella pratica psicosomatica, tale bias può manifestarsi attraverso un’attenzione selettiva verso narrazioni cliniche convincenti che sembrano validare ipotesi simboliche, mentre i casi contraddittori o ambigui ricevono minore enfasi analitica. Nel tempo, questo rinforzo selettivo può stabilizzare cornici interpretative condivise socialmente insufficientemente vincolate dalla falsificazione empirica.

Un’ulteriore criticità riguarda il problema della non falsificabilità delle ipotesi proposte dal modello classico di Psicosomatica. In molte narrazioni psicosomatiche, l’assenza di un significato psicologico identificabile non mette in discussione il modello, ma viene reinterpretata da parte del professionista come un fenomeno di repressione, l’attivazione di processi difensivi o la mancanza di insight da parte del paziente. Sebbene tali costrutti possano avere valore euristico, il loro utilizzo arbitrario e decontestualizzato neutralizza di fatto la possibilità di una possibile confutazione dell’interpretazione proposta dal professionista. Come argomentato da Popper (1959), le teorie che attuano sempre una dinamica di accomodazione ad ogni possibile esito cessano di funzionare come spiegazioni scientifiche. In questo senso, alcune interpretazioni psicosomatiche operano come sistemi ermeneutici piuttosto che come modelli empiricamente testabili.

Il costo epistemologico di questo approccio non è meramente teorico, ma anche clinico. Quando l’attribuzione simbolica viene implicitamente trattata come necessaria anziché probabilistica, i clinici possono sovra interpretare significati laddove essi non sono presenti, oscurando potenziali contributi biologici, ambientali o stocastici ai processi di malattia.

Nel contesto clinico risulta pericoloso applicare interpretazioni arbitrarie dei sintomi come, ad esempio, considerare la miopia come disturbo che simboleggia una difficoltà di stampo relazionale o la dermatite come espressione del bisogno psicologico del voler "cambiare pelle» dal punto di vista identitario.

Questo contesto interpretativo poiché le dinamiche possono o meno essere consapevolizzate dal soggetto, presenta l'ulteriore rischio clinico di un'ulteriore errata interpretazione da parte del professionista nell'attribuire, all'eventuale disconferma espressa coscientemente dal paziente, un meccanismo difensivo di rimozione o simile.

La ricerca moderna in psiconeuroimmunologia, medicina comportamentale e biologia dei sistemi dimostra sempre più che molte condizioni somatiche emergono da interazioni multilivello che non si mappano in modo affidabile su significati psicologici stabili (Kemeny, 2003; Slavich & Cole, 2013).

Per comprendere le complesse interazioni mente-corpo è necessario identificare i meccanismi causali specifici che caratterizzano le dinamiche attraverso cui la mente influenza il corpo (Chang et al., 2024; Slavich & Cole, 2013) e viceversa (Carloni et al., 2021; Cryan & Dinan, 2012), e non attribuzioni simboliche arbitrarie che pongono un potenziale rischio iatrogeno per il paziente.

L’attribuzione arbitraria di significati psicologici a dinamiche puramente biologiche deve essere sempre sottoposta a verifica empirica; in caso contrario, il rischio è quello di associare erroneamente significati mentali a dinamiche biologiche progettando e realizzando percorsi clinici sulla base di tale logica erronea.

Sebbene la psicologia psicosomatica classica abbia storicamente contrastato il riduzionismo biologico del modello biomedico che non contemplava una relazione causale tra fenomeni psicosociali e quelli biologici, essa presenta il problema epistemologico opposto di un riduzionismo psicologico consistente nell’errata ed indebita attribuzione di un significato psicologico a qualsiasi dinamica biologica.

Questo “Errore categoriale” può essere definito come l’indebita attribuzione di proprietà appartenenti a una categoria ontologica (psicologica) a fenomeni che appartengono a un’altra categoria (biologica) (Dennet, 1987; Ryle, 1949).

Il riduzionismo psicologico caratterizzante la psicosomatica consiste anche nel far coincidere il sistema di attribuzione del significato psicologico collettivo e condiviso con quello individuale e soggettivo, assumendo quindi che il sistema di attribuzione del significato proposto dalla psicosomatica sia più simile ad una legge fisica piuttosto che ad un sistema di regole almeno in parte stabilita soggettivamente.

Da questa prospettiva, la psicologia psicosomatica classicamente intesa presenta quindi anche una forma di riduzionismo rispetto la capacità individuale di attribuzione di significati soggettivi che caratterizzano invece la specie umana.

È importante sottolineare che la critica qui avanzata non nega in nessun modo la rilevanza dei fattori psicologici nella malattia somatica. Piuttosto, essa mette in discussione l’elevazione epistemologica dell’interpretazione simbolica arbitraria a status esplicativo privilegiato.

Il modello contemporaneo biopsicosociale di salute, che prevede quindi la complessa interazione reciproca tra le teleonomie sia biologiche, che psicologiche e socioculturali, richiama molto chiaramente alla variabilità individuale ed alla dipendenza dal contesto, riconoscendo che il significato psicologico dipende dai fattori individuali e situazionali (Engel, 1977).

Dal punto di vista metodologico, ciò implica la verifica delle ipotesi interpretative proposte. I casi negativi, i risultati nulli e i pattern incoerenti devono essere sistematicamente incorporati nello sviluppo teorico pena la scarsa scientificità dei costrutti proposti. Senza la verifica empirica, la psicologia psicosomatica rischia di perpetuare un circuito esplicativo chiuso, che preferisce l’efficacia narrativa/comunicativa alla legittimità scientifica.

Un’ulteriore debolezza della psicologia psicosomatica classica è il suo quadro esplicativo, che fatica a includere la complessità dell’organismo bio-psico-sociale inteso come olobionte, ovvero l’insieme delle interazioni tra cellule umane e cellule extra-umane (microbiota) che rendono possibile la salute e il benessere umano.

L’impatto epigenetico e metabolico del microbiota sulla fitness psicofisica umana è oggi riconosciuto come prominente e fondamentale per la comprensione della salute e della malattia (Agnoletti & Fasano, 2025), ma la psicologia psicosomatica classicamente intesa risulta particolarmente debole nell’integrare questo nuovo paradigma dell’olobionte bio-psico-sociale per le vulnerabilità epistemologiche descritte sopra.

È interessante notare che attualmente, nonostante le oltre cinquantacinquemila pubblicazioni scientifiche che riportano la parola microbiota nel titolo delle pubblicazioni consultabili nel portale Pube, solo due pubblicazioni contengono nel titolo sia il termine “psicosomatica” sia “microbiota” (Mostafavi et al., 2025; Wang et al., 2024).

CONCLUSIONI
In conclusione, il limite epistemologico fondamentale della psicologia psicosomatica classicamente intesa risiede nella sistematica sopravvalutazione delle connessioni simboliche e nella sottovalutazione delle evidenze in cui tali connessioni non emergono. Affrontare questo squilibrio non indebolisce l’indagine psicosomatica; al contrario, ne rafforza la credibilità scientifica e l’utilità clinica. Abbracciando il principio di falsificabilità e la complessità multilivello, la psicologia psicosomatica può evolvere in una disciplina più solida ed empiricamente fondata.

IMPLICAZIONI PER LA FORMAZIONE CLINICA
La presente analisi offre importanti implicazioni epistemologiche per la psicologia clinica contemporanea e per la formazione professionale:
• Il significato psicologico dovrebbe essere trattato come un’ipotesi probabilistica e testabile, non come una premessa esplicativa necessaria.
• I modelli clinici devono essere strutturati esplicitamente per consentire la falsificazione e la correzione empirica.
• La sovrainterpretazione delle narrazioni simboliche rischia di oscurare contributi biologici, contestuali e stocastici alla malattia.
• La formazione in psicologia clinica dovrebbe includere un’educazione epistemologica esplicita sulla falsificabilità, sui bias di conferma.
• Il moderno modello di olobionte biopsicosociale implica necessariamente una integrazione multilivello di tutti gli aspetti convolti.
Dal punto di vista formativo, i risultati di questa analisi evidenziano la necessità di rafforzare l’alfabetizzazione epistemologica nei curricula di psicologia clinica.
I futuri clinici dovrebbero essere formati sistematicamente a distinguere tra interpretazioni euristiche e ipotesi empiricamente testabili, in particolare nell’ambito del ragionamento psicosomatico.
L’integrazione di principi quali la falsificabilità e il valore scientifico dell’evidenza negativa può ridurre la probabilità di sovrainterpretazioni migliorando anche l’effettiva efficacia clinica.
La formazione qui proposta è necessaria per promuovere e migliorare il rigore scientifico della psicosomatica a garanzia di interventi clinici maggiormente efficaci e rispettosi dei pazienti.

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L'ARTICOLO E' STATO TRADOTTO IN ITALIANO DAL MIO ARTICOLO "EPISTEMOLOGICAL LIMITS OF CLASSICAL PSYCHOSOMATIC PSYCHOLOGY":

Massimo Agnoletti. (2026). Epistemological Limits of Classical Psychosomatic Psychology. Qeios. doi:10.32388/HW799Y.

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