L’esperienza può diventare biologia?

L'esperienza può diventare biologia? Una nuova interpretazione dei telomeri

Le esperienze che viviamo possono lasciare una traccia misurabile nella nostra biologia?

È una domanda che negli ultimi anni sta diventando sempre più importante per discipline apparentemente molto diverse tra loro: psicologia, epigenetica, neuroscienze, immunologia, endocrinologia e biologia dell'invecchiamento.

La ricerca contemporanea suggerisce infatti che la separazione tradizionale tra ciò che consideriamo “psicologico” e ciò che definiamo “biologico” sia molto meno netta di quanto abbiamo pensato per lungo tempo.

Le nostre esperienze non si limitano necessariamente a produrre ricordi.

Possono contribuire a modificare il funzionamento dell'organismo.

Questo processo viene descritto nella letteratura scientifica attraverso un'espressione particolarmente efficace: Biological Embedding of Experience, che possiamo tradurre come incorporazione biologica dell'esperienza.

Quando l'esperienza “entra” nella biologia

Con Biological Embedding of Experience ci riferiamo ai processi attraverso i quali le esperienze vissute possono produrre modificazioni biologiche capaci di influenzare successivamente sviluppo, comportamento, salute e capacità di adattamento dell'organismo.

Non si tratta quindi dell'idea semplicistica secondo cui una determinata esperienza produrrebbe automaticamente una determinata modificazione biologica.

La realtà è molto più complessa.

Ogni esperienza interagisce con la storia dell'individuo, con il suo patrimonio genetico, con le condizioni ambientali e sociali e con lo stato complessivo dell'organismo.

Tra i meccanismi studiati in questo processo troviamo, ad esempio, modificazioni epigenetiche, attività neuroendocrina e immunitaria, metabolismo e numerosi altri sistemi biologici.

L'esperienza, in altre parole, può essere progressivamente incorporata nella dinamica dell'organismo.

E i telomeri?

I telomeri sono strutture specializzate localizzate alle estremità dei cromosomi.

Possiamo immaginarli, con qualche semplificazione, come strutture protettive che contribuiscono a preservare l'integrità deI cromosomi.

Ad ogni divisione cellulare i telomeri tendono generalmente ad accorciarsi, anche se la loro dinamica è molto più complessa di un semplice conto alla rovescia.

L'enzima telomerasi, ad esempio, può contribuire al mantenimento e, in determinate condizioni cellulari, all'allungamento dei telomeri.

Per molti anni la lunghezza telomerica è stata studiata soprattutto come possibile biomarcatore dell'invecchiamento biologico e del rischio di malattia.

Ma possiamo interpretare la biologia telomerica da una prospettiva più ampia?

Dai biomarcatori dell'invecchiamento agli indicatori dell'esperienza

È precisamente questa la proposta che ho sviluppato nel mio recente lavoro scientifico:

“From Biomarkers of Aging to Indicators of the Biological Embedding of Experience: A Theoretical Reinterpretation of Telomere Biology”.

La proposta è considerare la dinamica telomerica non soltanto come un possibile indicatore dell'invecchiamento, ma anche come uno dei possibili indicatori molecolari attraverso cui osservare l'incorporazione biologica dell'esperienza.

La distinzione è importante.

I telomeri non devono essere immaginati come un “registratore” capace di conservare il ricordo specifico delle nostre esperienze.

Non possiamo osservare la lunghezza dei telomeri e ricostruire ciò che una persona ha vissuto.

Possiamo però considerare la dinamica telomerica come uno degli esiti biologici sui quali possono convergere, nel tempo, numerose influenze psicologiche, sociali, comportamentali, ambientali e biologiche.

L'Epigenetic Funnel Principle

Nel lavoro propongo di descrivere questa convergenza attraverso quello che definisco Epigenetic Funnel Principle, il “principio dell'imbuto epigenetico”.

Immaginiamo numerosi fattori:

stress psicologico, relazioni sociali, attività fisica, alimentazione, sonno, esposizioni ambientali, condizioni metaboliche e processi infiammatori.

Sono variabili profondamente diverse tra loro.

Eppure possono convergere attraverso differenti vie molecolari ed epigenetiche influenzando alcuni risultati biologici misurabili.

La dinamica telomerica rappresenta uno di questi possibili risultati.

È come se una molteplicità di esperienze e condizioni differenti entrasse nella parte larga di un imbuto e convergesse, attraverso numerosi meccanismi biologici intermedi, verso un numero più limitato di esiti biologicamente osservabili.

Questo modello consente di interpretare il rapporto tra esperienza e biologia non attraverso una causalità semplice e lineare, ma attraverso una rete complessa di influenze convergenti.

Una diversa interpretazione dello stress

Questa prospettiva consente anche di affrontare un'altra questione che considero particolarmente interessante.

Quando parliamo di stress tendiamo quasi automaticamente ad attribuirgli un significato negativo.

Ma non tutto lo stress è necessariamente dannoso.

Nel lavoro propongo una distinzione operativa tra Positive Stress e Negative Stress basata anche sulle conseguenze biologiche complessive prodotte dalle condizioni biopsicosociali nelle quali vive l'organismo.

Il Positive Stress può essere interpretato come l'insieme delle condizioni biopsicosociali associate al mantenimento dell'integrità telomerica e a un funzionamento biologico adattativo.

Il Negative Stress, al contrario, comprende quelle condizioni che possono favorire la disregolazione biologica e contribuire all'accelerazione dell'attrito telomerico.

La differenza fondamentale non risiede quindi semplicemente nella presenza o nell'assenza di stress.

Risiede nel tipo di adattamento biologico che emerge dall'interazione tra organismo ed esperienza.

Anche l'età biologica può raccontare una storia

Da questa prospettiva emerge un'ulteriore conseguenza teorica.

L'età cronologica ci dice semplicemente quanto tempo è trascorso dalla nostra nascita.

L'età biologica, invece, può essere pensata anche come il risultato cumulativo delle interazioni che nel corso della vita si sono realizzate tra organismo e ambiente.

Due persone della stessa età cronologica possono presentare traiettorie biologiche differenti.

Genetica, condizioni sociali, stress, attività fisica, alimentazione, sonno, relazioni, esposizioni ambientali e molti altri fattori contribuiscono nel tempo a costruire queste differenze.

In questa prospettiva, invecchiare biologicamente non significa soltanto far trascorrere il tempo.

Significa anche accumulare gli effetti delle interazioni attraverso cui l'organismo ha attraversato quel tempo.

Dalla dicotomia mente-corpo a una prospettiva integrata

Ed è forse proprio questo l'aspetto che considero più interessante.

Per molto tempo abbiamo cercato di stabilire dove terminasse la dimensione psicologica e dove iniziasse quella biologica.

La ricerca contemporanea ci invita progressivamente a formulare una domanda diversa:

attraverso quali processi esperienza psicologica e biologia interagiscono nel costruire la storia dell'organismo?

La mente non è separata dalla biologia.

Ma non per questo deve essere semplicemente ridotta alla biologia.

L'esperienza psicologica rappresenta un livello di organizzazione con caratteristiche proprie, capace però di interagire continuamente con cervello, sistema endocrino, sistema immunitario, metabolismo e ambiente.

I telomeri possono offrirci una delle finestre attraverso cui studiare le conseguenze biologiche cumulative di questa interazione.

Ed è in questo senso che propongo di considerarli non soltanto come biomarcatori dell'invecchiamento, ma anche come potenziali indicatori dell'incorporazione biologica dell'esperienza.

Il lavoro scientifico originale

Questo articolo presenta in forma divulgativa alcune delle idee sviluppate nel mio recente lavoro scientifico:

Massimo Agnoletti (2026)
From Biomarkers of Aging to Indicators of the Biological Embedding of Experience: A Theoretical Reinterpretation of Telomere Biology.

Qeios, 3 agosto 2026.

LEGGI IL PAPER ORIGINALE SU Qeios

Massimo Agnoletti, PhD
Psicologo

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